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L'area tra Marciaso e Tendola ha grotte e ripari che possono essere state occupate, come documentato per aree limitrofe come la tecchia di Equi, con tracce dell'uomo di Neanderthal (Paleolitico Medio) o nelle vicine grotte della Gabellaccia (Comune di Carrara) per il Neolitico (fino al III millennio a.C.). Le nove statue stele di Pontevecchio (tra le più antiche) furono trovate immediatamente fuori dal confine comunale di Fosdinovo, nella valle del Sardine, a poca distanza da Marciaso. Marciaso è citato per la prima volta nel Codice Pelavicino nel 1191 come "Marciasio", da cui derivò l'attuale nome. Così come Fosdinovo e Ponzanello, anche Marciaso aveva un castello, documentato fin dal 1185 e fatto costruire sotto il Vescovo di Luni Gualtiero II.

Tra il XII e il XIII secolo il feudo e il castello di Marciaso erano divisi tra i marchesi Malaspina e i Vescovi di Luni: i primi ne possedevano i due terzi, gli altri la parte restante, data in subfeudo ad alcuni nobili locali, i Capitanei, il cui nome nel tempo si modificò in Cattanei. Tale divisione fu confermata nel 1185 da un atto di Federico Barbarossa e riconfermata nel 1191 da Enrico VI. Nel 1197 il Marchesello di Buonaccorso Cattanei di Sarzana asseriva che la parte spettante ai Vescovi di Luni fosse un suo feudo, e ancora nel 1226 ciò fu ribadito da Rolando di Antonio di Marchesello. Il comune di Marciaso teneva boschi in feudo dal Vescovo, come risulta da un atto del 1233. Il 6 febbraio 1250, il Comune deputò dei Sindaci a consegnare il castello di Marciaso ai Marchesi Bernabò e Isnardo, fratelli Malaspina.

Nel 1262 i fratelli Rollandino e Gilliolo confessarono, come già i loro antecessori, la loro subinfeudazione su Marciaso. Nel 1335 l'Imperatore Carlo IV conferì ai nobili Cattanei di Marciaso l'onorificenza di Conti, confermata poi nel 1643 dall'Imperatore Ferdinando III, quando ormai la famiglia si era stabilita a Sarzana e Marciaso era diventato di fatto un possedimento dei Marchesi Malaspina di Fosdinovo. Marciaso entrò dunque fin da subito a far parte del neonato Marchesato di Fosdinovo (1355) che, nel 1359, alla morte di Gabriele Malaspina, venne spartito tra i fratelli di questi, Guglielmo e Galeotto Malaspina: in particolare, Marciaso spettò al primo marchese di Fosdinovo Galeotto I Malaspina. Nel 1393, con una nuova suddivisione del marchesato, Marciaso rimase unito a Fosdinovo, spettando a Spinetta II Malaspina insieme ad altri centri della zona, e vi rimase fino al tramonto del Marchesato, nel 1797.

Una curiosa tradizione locale lega il borgo alla famiglia Bonaparte: secondo la versione accettata dallo stesso Napoleone, i Buonaparte erano originari di Firenze, dove si schierarono con la parte ghibellina; con la vittoria dei Guelfi, nel Duecento, andarono in esilio, prima a San Miniato e poi a Sarzana. Lo storico locale Caselli racconta che nella via del borgo di Marciaso, al numero 41, sorgesse ancora nel 1931 la casa degli antenati di Napoleone, un edificio con portale in marmo sormontato da uno stemma ormai scomparso; la presenza della famiglia a Marciaso già dal XIII secolo sarebbe attestata da un documento del 1449, oggi però perduto, per cui è più probabile si trattasse di una famiglia omonima.

Con l'ascesa di Napoleone e la nascita della Repubblica Cisalpina, venne creata la Municipalità di Fosdinovo: Marciaso poteva fregiarsi di 3 consiglieri sul totale di 132. Con la riorganizzazione del 1803, Marciaso rimase unito a Fosdinovo in una Comune di seconda classe comprensiva anche di Carignano, Cortila, Giucano, Gragnola, Pian di Molino, Pieve di Viano, Ponzanello, Posterla, Pulica e Tendola: fu eletto il marciasotto Bartolomeo Poletti. Nel 1804 le Comuni della Lunigiana furono ridotte a terza classe: nacque così anche la Comune di Posterla, Pulica e Marciaso, esistita fino al 1811. Nel 1832 il centro di Marciaso contava 267 abitanti.

Marciaso pagò un prezzo durissimo durante la Seconda guerra mondiale: tra il 3 e il 4 agosto 1944 una rappresaglia nazifascista, in risposta a un attacco partigiano, portò i tedeschi a prelevare 36 persone del paese, minacciando di ucciderle in cambio della distruzione del borgo. Il paese fu pertanto raso al suolo e cinque anziani e un ferito di guerra persero la vita nelle esplosioni; furono distrutti anche i resti dell'antico castello e la chiesa secentesca, mentre sopravvissero i tre antichi archi d'accesso al borgo. Nel dopoguerra una comunità di mormoni americani, ricordati come i "Quaccheri di Marciaso", contribuì alla ricostruzione del paese.